martedì 10 febbraio 2026

Cartografia di un amore in esilio (Happy Together – Wong Kar Wai 1997)

 

Happy Together di Wong Kar-wai si distingue immediatamente dal resto della sua filmografia per una struttura sorprendentemente lineare, quasi interamente ancorata al presente, nonostante la voce narrante sembri parlare da un futuro già in atto; e tuttavia non si tratta di un passato lontano o pacificato, perché il tempo da cui Fai racconta resta prossimo, pulsante, non metabolizzato, così che, a differenza di In the Mood for Love, dove la memoria è frammentata, ellittica, poeticamente imprecisa, qui il racconto procede in avanti senza protezioni, come se il film rifiutasse deliberatamente ogni distanza emotiva: i personaggi vivono le cose mentre accadono, e il tempo non si irrora mai di nostalgia, ma resta ferita aperta, prigione più che rifugio.

Il film, come molta parte del cinema di Wong Kar-wai, parla d’amore, ma lo fa attraverso una relazione che tenta di reinventarsi nello spazio, spostandosi dall’altra parte del mondo, e il fatto che i protagonisti — Lai e Fai — formino una coppia omosessuale non viene tematizzato come questione identitaria, poiché ciò che emerge è il rapporto in sé, nella sua dinamica affettiva e distruttiva; e tuttavia proprio questa condizione consente un parallelo limpido con il contesto politico del 1997, l’anno dell’uscita del film e del passaggio di sovranità di Hong Kong, poiché, come la città-Stato, anche i personaggi vivono una sospensione carica di ansia sul futuro, l’impossibilità di immaginare stabilità, e dunque il desiderio di partire, di cercare altrove una forma di libertà che rispecchia quella di molti cittadini dell’epoca.

L’Argentina si configura così come un altrove mitico, uno spazio enorme e permeabile, attraversato da paesaggi sconfinati, talmente distante dalla natia Hong Kong da assumere quasi una dimensione metafisica; e tuttavia, proprio per la loro incapacità di leggerne la mappa, quell’orizzonte rimane inaccessibile, il viaggio si interrompe bruscamente, il film si fa road movie mancato, con spostamenti che non conducono a una meta e con il simbolo più lampante di questa promessa tradita — le cascate di Iguazú, immagini di rinascita, purificazione e di un possibile nuovo inizio — continuamente rimandato. Privati del loro obiettivo i protagonisti si scoprono estranei al luogo, stranieri in ogni senso, incapaci di integrarsi, separati da una lingua che diventa barriera invisibile e costante, così che, invece di rinascere e aprirsi, la loro vita si restringe di nuovo in un monolocale soffocante, identica ai piccoli appartamenti di Hong Kong, e tutto ricomincia a ripetersi: litigi, riavvicinamenti maldestri, dinamiche tossiche che si riproducono uguali a sé stesse, chiuse nello spazio e nella mente.

La loro dinamica, costruita su ferite reciproche, mette in scena Fai costantemente sull’orlo dell’autodistruzione, in contrappunto a Lai, al quale tocca il ruolo di chi cura e protegge ma, come fine ultimo, controlla, fino al gesto estremo di trattenere il passaporto dell’altro per non restare solo: un atto che non è soltanto affettivo, bensì profondamente politico, poiché il passaporto — simbolo di identità, diritto al movimento, accesso al mondo — diventa il luogo materiale in cui l’amore si rovescia in regime, una micro-struttura di potere che riproduce, in scala ridotta, le stesse dinamiche di controllo da cui i personaggi vorrebbero fuggire.

Là dove le parole falliscono, il corpo si fa allora strumento primario di comunicazione, e il contatto fisico, intenso e istintivo, persino violento, produce l’illusione di una vicinanza che non riesce mai a tradursi in vera intimità: corpi stanchi, sudati, feriti, mai idealizzati, che Wong Kar-wai filma come il luogo stesso della verità emotiva e politica, superficie viva su cui si iscrive il fallimento della relazione.

Questa tensione si rifrange anche nel lavoro che uno dei due trova in un locale di tango: l’immagine di un uomo di Hong Kong che fa il buttafuori in Argentina, senza parlare la lingua e senza appartenere davvero a quel mondo, diventa un emblema di estraneità che il tentativo di ballare con il compagno prova invano a colmare, come se il tango — abbraccio serrato e insieme lotta di controllo e abbandono — potesse farsi metafora perfetta di un legame che stringe mentre soffoca; e, in parallelo, l’apparato visivo traduce l’instabilità in una grammatica di specchi che moltiplicano e disallineano, in inquadrature frammentate e mosse, in una dialettica cromatica tra saturazioni accese e immagini più sporche, fino alle Polaroid in bianco e nero, dove le limitazioni produttive — film girato con pochi mezzi, scarsità di pellicola, continue improvvisazioni — non si manifestano come mancanze, ma si trasformano in forma, così che il bianco e nero, nato anche per necessità, assume una funzione narrativa precisa, legata alla sospensione identitaria e alla fissazione di attimi che non riescono a diventare esperienza viva.

Tutto ciò è coerente con il metodo di lavoro di Wong Kar-wai, per il quale la sceneggiatura non è mai definitiva, gli attori ignorano ciò che accadrà e il film prende corpo mentre viene girato, in un processo collettivo, aperto, naturalmente instabile, che tuttavia convive con una messa in scena di rigoroso controllo, quasi manieristica, in cui ogni gesto e ogni luce sembrano trovare la loro necessità formale; è proprio questa coesistenza di improvvisazione radicale e disciplina compositiva a rendere Happy Together così difficile da immaginare e così raro, ma anche a farne una modalità produttiva costosa e fragile, sostenibile solo in circostanze particolari, perché richiede tempo, rischio e un lavoro creativo enorme e continuamente esposto all’azzardo.

Il ragazzo taiwanese Chang rappresenta un’alternativa non solo per il modo in cui vive la vita ma anche, in maniera ancora più significativa, per come abita gli spazi: la sua presenza introduce infatti una diversa postura esistenziale e al tempo stesso una lettura politica nuova, poiché egli appare libero, mobile, capace di attraversare confini con naturalezza e di appropriarsi dei luoghi senza subirli, incarnando così un’idea di Taiwan come entità autonoma, non definita da un centro dominante e quindi svincolata dalla sospensione, dal controllo e dall’immobilità che caratterizzano Hong Kong. In questo contrasto, il suo poter viaggiare mentre il protagonista rimane confinato assume un valore simbolico evidente, poiché segnala la possibilità di un’esistenza non compressa, di uno spazio che non limita ma consente il movimento, l’apertura, l’autodeterminazione.

Questa differenza di postura emerge con forza proprio attraverso gli spazi, che nel film diventano sempre determinanti: l’appartamento, troppo piccolo, troppo caldo, troppo stretto, non è soltanto il teatro della relazione ma la sua metafora più precisa, perché suggerisce che il legame non disponga di un luogo adeguato in cui espandersi, e che ogni tentativo di allargare il proprio orizzonte venga immediatamente percepito come una minaccia, generando reazioni di chiusura, di paura, di ritiro. Le cascate, in questo senso, assumono un valore emblematico, poiché da progetto condiviso diventano immagine, souvenir, feticcio domestico nella lampada che illumina l’appartamento, simbolo di un desiderio immobilizzato che non può realizzarsi finché resta intrappolato nella relazione. Solo quando Lai raggiunge le cascate da solo esse riacquistano la loro realtà, suggerendo che per Wong Kar-wai la trasformazione — quella vera, quella che ha a che fare con la capacità di cambiare posizione nel mondo — non avvenga nella coppia ma nella solitudine, là dove finalmente l’individuo può riconoscere uno spazio che gli appartiene, e abitarlo.

Prima di rinascere persino i momenti in cui sembra aprirsi un varco — come le scene del calcio, immerse in una luce estiva vibrante di malinconia — non rappresentano che brevi sospensioni del peso emotivo quotidiano: lì, per un attimo, i corpi possono stare con altri corpi senza ambiguità, costruendo una comunità semplice e temporanea, ma questa felicità, proprio perché effimera, svanisce non appena la partita finisce, lasciando il protagonista con la sensazione che anche ciò che è appena accaduto appartenga già al passato, come se la sua vita fosse condannata a non afferrare mai fino in fondo il presente. Ed è qui che L’incontro con Chang si configura come una sorta di rinascita silenziosa -che lascia Lai in un muto pianto di rumoroso dolore-, un varco quasi impercettibile ma decisivo attraverso cui il protagonista comincia a intuire che l’amore e la fiducia non coincidono con il possesso, bensì con una forma di accoglienza che non pretende, non stringe, non trattiene; ed è proprio questa disposizione, così diversa da quella che ha sempre vissuto, a lasciare un segno profondo, tanto che, quando raggiunge il carretto dei genitori di Chang, pur senza vederlo, avverte un senso di serenità e di calore che gli restituisce, forse per la prima volta, l’idea di un’appartenenza non conflittuale, come se l’amore avesse depositato nello spazio una traccia tangibile della sua presenza. Chang diventa allora non soltanto una figura affettiva, ma l’incarnazione stessa di una possibilità esistenziale: vivere la propria essenza senza doversi snaturare, abitare il mondo senza dover continuamente ridurlo o difendersene; e Taiwan, in questa prospettiva, si trasforma nell’opposto speculare dell’Argentina, non più lo spazio gigantesco e irraggiungibile che risucchia e disperde, ma un luogo emotivo e politico di apertura, dove la libertà non è un’astrazione ma una condizione praticabile.

Il film si conclude con un gesto tanto semplice quanto radicale: Lai prende la metropolitana e si muove verso una destinazione ignota, un “da qualche parte” che non ha bisogno di essere definito, perché ciò che conta non è il punto d’arrivo, ma il fatto stesso del movimento. Dopo un racconto dominato dalla stasi emotiva, dalle ripetizioni, dai ritorni sempre uguali, questo spostarsi diventa un atto rivoluzionario, la prova che la vita può finalmente ricominciare a scorrere; e se resta incerto con chi quell’esistenza proseguirà — con se stesso, con l’amore, o con una forma nuova in cui entrambe le cose coincidono — proprio questa ambiguità rivela la conquista più grande. La canzone Happy Together, che accompagna questo momento, risuona allora in modo ironico ma illuminante: non racconta ciò che è stato, bensì ciò che ora può accadere, non celebra una coppia che resiste, ma un individuo che ha finalmente compreso cosa significhi davvero amare.