lunedì 30 settembre 2019

C’era una volta Tarantino



Risultati immagini per c'era una volta a hollywood 

Ho sempre avuto un problema con Tarantino, per molto tempo l’ho considerato un regista sopravvalutato capace di prendere le migliori idee da film meno conosciuti e mettere tutto insieme in pellicole dal montaggio accattivante e non lineare. Non amo Pulp Fiction, apprezzo Le Iene e mi piace Jackie Brown. Col tempo ho ri-provato a guardare i suoi film senza pregiudizi di alcun tipo, il nostro rapporto è considerevolmente migliorato: ho imparato ad apprezzare un regista dal ritmo narrativo incalzante, una tecnica ineccepibile, innamorato del cinema. Probabilmente ad oggi il mio film preferito è “A prova di morte”, del progetto Grindohouse, ovvero realizzare nel 2007 con un budget stellare dei film che si rifacevano ai b-movie (o addirittura z-movies) degli anni ‘70, dove il budget era invece irrisorio. L’operazione fu un flop a livello commerciale ma io amai la capacità di Tarantino di ricreare certe atmosfere nel suo stile, avevo adorato l’omaggio alla manovalanza del cinema (le protagoniste lavorano come stuntman o truccatrici) e il potente messaggio femminista.
Questo preambolo non è casuale, perchè è qui il focus del cinema Tarantiniano: citazioni di citazioni di citazioni che sono dichiarazioni d’amore. E questo film non è da meno, è una dichiarazione ad un’epoca e ad un mondo incantato, abitato da principesse bionde che non vengono mangiate dal lupo cattivo.

La protagonista è Los Angeles, città mostrata con meticolosità, le luci dei locali che si accendono ogni sera, la camera che si sofferma sui cartelli stradali, un’inquadratura ad ogni cinema, arena e drive-in storico, omaggiati attraverso i lunghi viaggi in macchina dei personaggi. Los Angeles del cinema, con radio e televisioni costantemente accese in sottofondo per ricordare cosa all’epoca si sentisse, e come CI si sentisse. E qui incontriamo due personaggi speculari, un attore sulla via del tramonto (Di Caprio) che non ha mai fatto il salto e lotta per rimanere a galla, e Sharon Tate (Robbie), giovane attrice in ascesa sull’orlo del grande botto.
Per tre quarti di film seguiamo i personaggi nelle loro faccende quotidiane, Di Caprio accompagnato da un fedele Brad Pitt ci mostrano le avventure sul set, l’alcolismo latente e la professione di attore. Divertente parentesi con Bruce Lee, definito alla stregua di un ballerino. Sharon gira per Hollywood perennemente estasiata ed ingenuamente felice, decide di andare al cinema a rivedere se stessa ed emozionarsi nel cercare di predirre le reazioni del pubblico, piccola attrice in ascesa che deve indicare alla maschera quale personaggio della locandina sia. Ma ne è ben felice, Sharon è la rappresentazione vivente del sogno Hollywoodiano, compiaciuta di una vita da sogno, diva nell’abbigliamento e negli accessori, ma al contempo donna teneramente innamorata della vita. C’è sempre sole e vitalità nelle sue scene, come ci immaginiamo Sharon e il mondo che rappresenta, un mondo puro ed armonioso dove si balla sempre, in netta contrapposizione a quello decadente di Pitt-Di Caprio, fatto di sigarette, solitudine e troppi drink.

Sharon ci viene raccontata con tutta la tragicità che il suo personaggio si porta dietro, un count–down ad una fine brutale che rimane l’unico vero motivo di fama dell’attrice ai nostri giorni. Sharon Tate era la moglie DI, ammazzata DA. Eppure il film racconta la magia del cinema, talmente forte che riesce a cambiare il corso degli eventi, come in una favola Sharon non è morta per mano di quattro scappati di casa con idee del cazzo.

Ho apprezzato moltissimo la rappresentazione della Manson family, dalla prima scena in cui delle ragazze con le facce d’angelo cantano per le strade, se siete familiari con il processo Tate-LaBianca potrebbero ricordarvi le inquietanti litanie che le imputate intonavano in aula. I killer come assassini improvvisati e disorganizzati, Interessante, inoltre, non mostrare mai Charlie se non per un momento, costantemente nominato, poichè non era che un ombra che ha goduto di fin troppa esposizione mediatica. E infine l’incursione di Brad nel ranch, dove una volta giravano i western e dove è in scena una farsa inquietante. Perchè anche questo è Hollywood, dove pure i delitti nascono dalla polvere delle stelle del passato. Dove tutti regalano uno sguarda distratto alla televisione accesa.

Ma dove è l’animo Tarantiniano? Nel montaggio veloce iniziale e nelle CITAZIONI . Il limite del cinema di Tarantino è che a volte si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un bambino sovraeccitato che ha visto una bella scena di automibili che esplodono in un filmaccio sgranato, e talmente ossessionato dalla visione l’ha presa e ri-girirata con maggiore entusiasmo, asservendola sempre alla trama e senza creare stacchi narrativi. Stavolta, invece, tutte le citazioni non sono nascoste, poichè le scene che il regista ha amato sono tutte lì, senza doverle mascherare o riaggiornare, rischiando quindi di trasformare il tutto in un esercizio un po’ noioso per lo spettatore, dove regista ed attori sembrano divertirsi molto di più del pubblico in sala. I finti trailer di Grindhouse avevano più grinta e più entusiasmo.

Probabilmente lo spiazzamento principale è dovuto a questo, al fatto che Tarantino ha creato un film per una volta incredibilmente statico, contemplativo e per questo spiazzante per lo spettatore tipico, il quale riderà e si gusterà il grottesco massacro finale. Per quanto the Heightful 8 fosse de facto una piece teatrale, o Jackie Brown abbia uno sguardo sornione, tuttavia c’era un colpo di scena finale, qui il colpo di scena consiste nell’assenza di colpo di scena. Spariscono i dialoghi da antologia, spariscono le scene epiche.

La debolezza della pellicola è dovuta al fatto che tutti i temi rappresentati sono già stati visti nel suo cinema, dove la presenza del solito gruppo di professionisti, delle Red Apple non riescono a regalare quell’aurea maledetta che era presente in altre storie del regista, ma appunto è una favola e quindi i toni sono compromessi.

martedì 26 febbraio 2013

risultati elezioni 2013

"Queste le parole di Beppe Grillo in risposta al Financial Times, che lo accusava di essere fascista.
Il MoVimento 5 Stelle è anti-accademico. Non è politicante. Non ha statuti, né regolamenti. Ha adottato una tessera per la necessità del riconoscimento personale, ma potendo ne avrebbe volentieri fatto a meno. Non è un vivaio per le ambizioni elettorali. Non ammette e non tollera i lunghi discorsi. Va al concreto delle questioni.
E’ un po’ difficile definire i militanti del MoVimento 5 Stelle. Essi non sono repubblicani, socialisti, democratici, conservatori, nazionalisti. Essi rappresentano una sintesi di tutte le negazioni e di tutte le affermazioni. Su internet si danno convegno spontaneamente tutti coloro che soffrono il disagio delle vecchie categorie, delle vecchie mentalità. Il MoVimento 5 Stelle mentre rinnega tutti i partiti, li completa. Nel MoVimento 5 Stelle che non ha statuti, che non ha programmi trascendenti, c’è quel di più di libertà e di autonomia che manca nelle organizzazioni rigidamente inquadrate e tesserate.
Il MoVimento 5 Stelle è una mentalità speciale di inquietudini, di insofferenze, di audacie, di misoneismi, anche avventurosi, che guarda poco al passato e si serve del presente come di una pedana di slancio verso l’avvenire. I melanconici, i maniaci, i bigotti di tutte le chiese, i mistici arrabbiati degli ideali, i politicanti astuti, gli apostoli che fanno i dispensieri della felicità umana, tutti costoro non possono comprendere quel rifugio di tutti gli eretici, quella chiesa di tutte le eresie che è il MoVimento 5 Stelle. E’ naturale, quindi, che al MoVimento 5 Stelle convergano i giovani che non hanno ancora un’esperienza politica e i vecchi che ne hanno troppa e sentono il bisogno di rituffarsi in un’atmosfera di freschezza e di disinteresse.
Scherzo, queste non sono le parole con cui Beppe Grillo ha replicato al Financial Times, in cui ha spiegato di non essere fascista. Dove leggete “MoVimento 5 Stelle” in realtà c’era scritto fascismo, al posto di militanti c’era fascisti etc. Queste sono le parole con cui Benito Mussolini parlò del nuovo movimento che aveva fondato sulle colonne del Popolo d’Italia, nel 1919.
Viste le sorprendenti somiglianze, qualche domanda, fossi in Grillo, me la farei.Nota a margine: Questo articolo fu pubblicato originariamente con il titolo “La risposta di Grillo al Financial Times”. Fu commentato e condiviso da molti “grillini”, tra cui spiccò, su facebook, anche un fantastico commento: “Bravo Beppe, sei riuscito a sintetizzare in poche righe l’anima del movimento”. Potete immaginare il putiferio che ne è venuto fuori, dopo che abbiamo svelato il trucco. E dire che qualcosa dovevano pure sospettare, visto che l’articolo stava (e sta) nella categoria “satira”…

Fascista a sua insaputa?
Scritto da: Pierpaolo Farina 12 giugno 2012 in Il Rompiballe, Satira"

o ancora

"Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri.
Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato” Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921

L'Italia ha mostrato per l'ennesima volta di essere devota alla disinformazione ed al pressapochismo.
Quello Berlusconiano si basa sulle balle televisive, su una campagna elettorale in cui il leader non si confronta mai realmente con l'avversario, una campagna elettorale dove il candidato racconta la sua falsa versione della storia e nessuno lo contraddice, o quantomeno il controllo dei fatti non arriva ai più, dove brilla il populismo annaffiato di falsi buoni sentimenti. E la gente beve, beve, beve, beve la storia dell'IMU, beve la storia del golpe, beve la storia del ponte sullo stretto, beve la storia dei magistrati comunisti. Il tutto è magnificamente raccolto in un video che gira su internet: http://www.youtube.com/watch?v=clJ7dZ8sCio

Dall'altra parte c'è stato il voto al movimento 5 stelle, dove il candidato non si confronta mai realmente con l'avversario, e quando comincia i suoi sproloqui nessuno ha la possibilità di contraddirlo. Senza un controllo dei fatti, con un populismo carico di rabbia libera. Un movimento pressapochista che si permette di presentarsi con un vago programma di intenti e urla e grida. Programma contestabile riga per riga, programma orfano di una linea di dirigenza che è stata erroneamente tradotta come sinonimo di casta. In reatà la dirigenza serve a creare concretezza e non lasciare che le idee alla deriva si trasformino in insensate minacce di instabilitià finanziaria. Perchè l'insensatezza di fondo del programma è figlia anch'essa della disinformazione, ma è una disinformazione informatica e telematica. Chi vota m5s si accontenta di accendere il computer e di guardare su youtube deliranti video sul complotto del signoraggio bancario (senza sapere di cosa sitratti realmente e che la teoria del complotto sia una bufala). Chi vota m5s si accontenta di articoli su internet composti di un titolo altisonante, foto grandi, e poche linee di contenuto, articoli dove i commenti, o il feedback la faccia da padrone, dove si è lì a leggere discussioni di migliaia di signor nessuno che predicano teorie economiche, politiche, sociali, dense di ignoranza e malumore. Nascono discussioni dove nessuno da credito alle idee degli altri e dove si citano fonti dubbie per acclamarsi come unici portatori di conoscenza e verità. Si credono di aver scoperto il complotto, di avere la verità, perchè loro non danno credito alla tv, senza rendersi conto che anche loro si sono fermati alla superifice come chi segue i programmi di Barbara D'Urso. E che cosa ci aspetta da cotanta disorganizzazione che si vanta della propria disorganizzazione? Cosa ci si aspetta da chi in un mondo europeista ha tendenze autarchiche? Cosa ci si aspetta di chi incolpa l'euro del declino italiano?

Questa è l'opposizione che ha preso il potere, opposizione in cui non riesco ad avere ne fiducia ne speranze. Il PD non era lunica scelta sensata, per quanto sia stata la mia scelta, lo è stata in quanto condividevo le sue idee, il suo approccio. Ma avrei avuto fiducia anche in una destra europista, liberista, ma densa di contenuti tangibili e che avrebbero portato quanto meno ad una politica del "Fare"..la delusione di Giannino è stata per me grande.

Invece, per l'ennesima volta si è preferito essere pressapochisti e disinformati. Non so come aiutare la gente ad essere meno cretina.
YouTube - Video da questa email

sabato 6 ottobre 2012

Balene d'agosto

A volte si trovano quei film che sono delle piccole parle, film impeccabili nella recitazione e nella resa, "Balene d'agosto" è uno di questi.
Uscito nel 1987,  l'ultimo film di Linsday Anderson è una meravigliosa resa della vecchiaia: troviamo le vecchie glorie del cinema da Bette Davis a Lillian Gish (una delle star del cinema muto) passando per Ann Sothern fino al più "giovane" del cast Vincent Price: classe 1911.
La storia nel film non esiste, troviamo queste due anziane sorelle (Davis e Gish) che trascorrono l'estate nella casa nel Maine, una casa sul promontorio con vista sul mare da dove da ragazze vedevano passare le balene nel mese di agosto. Ormai anziane vivono una routine densa di cose da fare, raccontare, ricordare e sperare, circondate da amici d'infanzia (Sothern) e glorie della vecchia europa (Price). E le due sorelle che hanno un loro quilibrio che sembra vacillare trovano forza l'una nell'altra e nell'incerto futuro, nel non pensare che sia mai troppo tardi. Le balene non passano davanti al promontorio da 50 anni, ma l'importante è guardare verso il mare e sperare che prima o poi ritornino.
Per tutto il film non accade nulla di concreto, giunti tutti alla fine dei propri giorni i vari personaggi devono cercare il modo per andare avanti, gloriandosi delle memorie perdute e sperando che i ricordi non sbiadiscano, consci che sei mesi di vita senza patente sono tanti, ma con un'inarrestabile voglia di guardare al futuro. La celebrazione della vecchiaia in tutti i suoi aspetti non è mai stucchevole o patetica: il declino è inarrestabile ma si prende il buono che c'è. Ma in fin dei conti non solo è una celebrazione alla vecchiaia, bensì della vita intera, di cui la vecchiaia è l'ultimo atto su cui si possono ancora costruire altri attimi, infiniti importanti attimi. L'ottima transposizione è dovuta sicuramente al fatto che per quasi tutti gli attori e per il regista siamo effettivamente all'ultimo atto (la Davis morì due anni dopo e per il regista siamo alla sua ultima pellicola) e la sincerità degli intenti traspare in ogni fotogramma.

Un film da vedere, con degli attori strepitosi e capace di raccontare uno spaccato di vita con una delicatezza unica.

domenica 2 settembre 2012

Heil to the Batman!

The Batman! Il terzo film di Nolan! Riuscitissimo? Prevedibilissimo? Pessimo?
Ho visto il film più di un mese fa ma ne scrivo solo ora, un po’ per pigrizia ed un po’ perché volevo prima leggermi le altrui reazioni, un po’ perché se ormai  lo ha visto tanta gente devo preoccuparmi di meno degli spoiler.

La narrazione della storia comincia 8 anni dopo le vicende de “Il Cavaliere Oscuro”: Bruce Wayne è più misantropo di prima, tutti credono Batman un criminale, la città è apparentemente sicura e l’entrata in scena del terrorista Bane farà precitare le cose. Sia  Batman che Bruce Wayne sono messi  fuori gioco e Gotham diviene ostaggio di Bane: occupa la città e la tiene sotto scacco con la minaccia di far esplodere una bomba nucleare.

Ed ora cosa ci faccio con tutti questi personaggi?
I punti negativi del film sono la non riuscitissima gestione di troppi personaggi  a cui non viene dato il giusto spessore. Il cattivo numero uno, Bane, è solamente nerboruto e cattivissimo e non va oltre all’essere nerboruto  e cattivissimo, peccato sprecare in questo modo un attore come Tom hardy.Gary  Oldman/ James  Gordon Viene relegato su un letto di ospedale tutto il tempo, così come Batman passa metà del tempo in un pozzo a fare per l’ennesima volta i conti con se stesso.  Ad un improbabile Anne Hathaway è affidato il ruolo di Catwoman, anche se non viene mai accreditata con questo nome: non citare Catwoman è un modo per fare di Selina Kyle una semplice ed ambigua ladra anziché una eroina fumettistica. Ma al contempo questa è in grado di saltare da un palazzo all’altro su tacco dodici e di mettere a tappeto 10 uomini contemporanament.  Sì perché tutta la triologia di Nolan risente di questa indecisione sul fare un film fumetto o meno,  da una parte dota tutti i personaggi di caratteristiche vere e veritiere, dall’altra quando può si abbandona alla scelta  improbabile e di effetto.

Altro problema sono  i buchi di sceneggiatura, meravigliosamente raccolti in questo video:
 


Detto questo, passo al pregio del film che poi è il pregio di Nolan stesso: la capacità di raccontare storie, di farlo in modi sempre diversi (da Memento  a The Prestige) ma sempre efficaci. L’amore per la narrazione e per il districarsi in mille sottotrame è al suo meglio, il lungo film non stanca mai. Ogni volta Batman è battuto: sul piano finanziario, sui suoi affetti, su quello fisico ma lo spettatore è lì ansioso di sapere cosa accadrà; è quella la bellezza del film. Il regista continua ad offrire allo spettatore problemi,  soluzioni e problemi fino al finale a libera interpretazione.
New York! Ehm...Gotham City..
Quindi  il film è più che piacevole da guardare, piacevole nonostante la grossa ambiguità di fondo. Credo che sia uno dei film più “fascisti” degli ultimi anni, sono cosciente del rischio nell’usare questo vocabolo eppure era ciò che continuavo a pensare mentre lo guardavo. Non tanto per il mito del giustiziere mascherato, ma per l’inquietante personaggio di Bane. Quest’ultimo pur non essendo mai ben delineato è messo a capo di un esercito di diseredati,  diseredati che guarda caso coincidono con i criminali. Per quasi tutto film Gotham (mai come negli altri film identificabile  con la città di New York) è occupata da questo manipolo di sbandati che aggrediscono le abitazioni dei ricchi alienando il concetto di proprietà privata, instaurano un tribunale  dove il concetto di giustizia è ribaltato essendo  i criminali a giudicare gli “innocenti”.  La distruttività di questa società è ribadita anche dalla bomba, destinata ad esplodere, data in custodia agli aguzzini, ai criminali, come se una società così chiusa e così sbagliata sia coscientemente destinata ad autodistruggersi. La città/società rimane oggettivamente congelata (il fiume che la circonda gela) bloccando così i collegamenti col resto del mondo, una fredda tensione tra l’america (giusta ed impotente) e Gotham, un luogo da dove niente può uscire, e l’accostamento con il blocco sovietico e la guerra fredda è facile ed inevitabile. 
Ma una visione così apocalittica di un mondo socialista non è estranea all’ideologia USA, il problema è l’avvicinamento che può suggerire l’esercito di Bane con il movimento di occupy Wall Street: l’assalto alla borsa, la necessità che ha chi non ha nulla di avere ciò che ha chi ha tutto, la punizione finale che questo mondo corrotto merita (la tesi della Cotillard), come se la rivendicazione alla condivisione delle risorse e dei  beni sia un’idea malata di per se.

Eppure nonostante l’ideologia non condivisibile il film riesce a coinvolgerti e a schierarti con il sofferente Cavaliere Oscuro, simbolico portatore di giustizia. Direi, inevitabilmente riuscito, Heil to the Batman!


Last but not least:  Bale è costantemente figo.

martedì 8 maggio 2012

The Woman, Lucky McKee

Il cinema horror soffre spesso di essere girato in cattive condizioni: pessimi attori, trame sconclusionate, fotografia dubbia, ecc. Questo perchè fa parte di una categoria "di genere" che è stata spesso sfruttata a soli fini commerciali (il sangue ed il sesso sono sempre una buona esca) sfornando prodotti che possono risultare grotteschi. Accanto a questo operò ci sono delle perle, ci sono dei grandi registi, ci sono dei dei film incredibili. Ultimamente il cinema horror sembra essersi arrestato a rebot fracassoni di vecchi film, ovvero prendere importanti saghe di un tempo e farle ripartire dal primo eposodio aggiornandolo agli anni 2000, tra questi remake senz'anima abbiamo "Nightmare on a Helm street", "Halloween","L'ultima casa a sinistra", "Non aprite quella porta", "Le colline hanno gli occhi" e molti altri. Persino il ludicissimo "Scream 4" di un sagace Wes Craven è l'ennesimo rebot, rebot che gioca su essere tale e fa per la quarta volta dell'ottimo meta-cinema.
Insomma sembrerebbe che le idee scarseggino ad Hollywood, sembrerebbe anche che escano troppi film per adolescenti privi di contenuti che giocano tra lo slayer e la casa infestata Oppure ci si dirige verso la banale tortura senza suspence che gioca sul disgusto/gusto dello spettatore, vedi la categoria torture porn con titoli come "Hostel" e la serie "Saw".

Però ci sono ancora autori in grado di creare idee nuove e di creare nuovi tipi di orrore, tra questi sicuramente il poco conosciuto Lucky McKee. Americano classe '75 ha sfornato negli ultimi 10 anni un certo numero di pellicole notevoli, creando addirittura un grande piccolo cult movie in "May" (2002).

Nel 2011 esce "The Woman" ultima fatica del regista che sarebbe un sequel di "Offspring" entrambi adattati dai chiacchierati romanzi di Ketchum. Viene presentato al Sundance dello stesso anno dove si tira addosso accuse di misogenia di quelli che non hanno visto bene il film (forse troppo tempo a tenere coperti gli occhi?).

Il lungometraggio narra di una famiglia apparentemente perfetta. C'è la madre, una sempre superba Angela Bettis assidua collaboratrice di McKee, innamorata del marito e succube di lui in ogni decisione, in un atteggiamento di remissione che le sarà fatale. La figlia adolescente, prossima al college recentemente trasformatasi in una ragazza poco comunicativa custode d'un difficile segreto. Il padre stilizzazione di maschio dominante e portatore di un'assenza di rispetto per le donne via via sempre più lampante nel film. Il figlio adolescente, prototipo del padre in costruzione. Ed infine l'ingenuità assoluta, la bambina.
Angela Bettis
Al ritorno da una battuta di caccia il padre porta a casa una nuova preda, un trofeo inusuale ed intrigante: una donna selvaggia, incapace di parlare e che preferisce usare la bocca per addentare qualunque umano le si avvicini troppo. L'uomo decide di rinchiuderla nella rimessa col proposito di rieducarla, ma l'intento si rivela più vicino alle sevizie che all'educazione, il lato sadico dell'uomo si riversa su questa donna in un escaletion di violenze e soprusi. Coinvolgendo anche  il resto della famiglia, una famiglia sbigottatita ma remissiva dove il figlio emula il padre anche nelle torture inflitte alla donna, mentre la figlia adolescente è l'unica che fraternizza con la prigioniera.
La situazione precipiterà in un sanguinoso finale con qualche colpo di scena, tanto sano gore ed un'ultima destabilizzante scena.

Come in altri suoi film anche quì McKee presenta una situazione apparentemente normale dove man mano si aggiungono dettagli sinistri, fino ad arrivare all'acmè di violenza nel finale a cui lo spettatore è ben lieto di partecipare dopo tanta ansia accumulata. Il tutto supportato da una buona fotografia, un ritmo ben calibrato, un cast di buoni attori: oltre alla già citata Angela Bettis c'è anche un'animalesca, mostruosa Pollyanna McIntosh (la donna catturata). Da ricoscere al regista anche un raro talento nello scegliere la colonna sonora, anche se stavolta invece di avvalersi della collaborazione di Jaye Luckett si affida a Sean Sepillane.

Il film ha ricevuto critiche di misogenia per le torture a cui è sottoposta la donna, ma critiche non potevano che essere più errate: il cinema di McKee è spesso al femminile, ma non un femminile ordinario bensì quello più disturbante, in "May" si trattava d'un outsider incapace di avere amici con cui era impossibile non fraternizzare. Quì invece abbiamo una creatura che non comunica, che viene presentata come nemica perchè selvaggia, perchè cannibale, ma il suo essere donna disturba la famiglia. Disturba il padre che non è in grado di avere rapporti col gentil sesso che non siano costruiti su timore e minacce, e trovarsi una creatura simile davanti non può che liberare ancora di più i suoi istinti. L'uomo è l' l'archetipo di un'odio e di un male latente, intrappolato in una società che crede giustamente di rappresentare, una società dentro la quale però è intrappolato incapace di sfogare i suoi feroci istinti. La sua misogenia è imperante trova nella donna la sua nemesi.
The Woman ( Pollyanna McIntosh)
La donna disturba la madre che la vede come una minaccia, una madre che ha perso la capacità di agire soggogata come è dall'uomo, gli atti di ribellione tardivi e le poche timide domande non la salveranno, essa ha delegato le sue azioni al suo uomo perdendo tutto, anche la possibilità di redimersi.
Ed i figli sono duali: da una parte il maschio pronto a fare la fine del padre, incapace di ricevere critiche e di migliorarsi. Dall'altra le due ragazze dove la più grande è in preda a dubbi e cerca d'accogliere la donna, ma l'unica a riuscirci veramente perchè priva di pregiudizi è la più piccola. Una bambina che non era ancora stata educata a piegarsi alla società, all'uomo di casa, che vede nella creatura segregata un essere triste, una nuova famiglia.
La creatura selvaggia deve essere restituita alla libertà perchè nella sua brutalità essa rappresenta l'essenza della libertà, libera dalle costrizioni e dalle regole anche più basilari della società. E' la prima donna, è l'essere primitivo, ma anche l'essere puro, non conosce bene e male, non conosce giusto e sbagliato, il suo cannibalismo è funzionale alla sua parte animale, al suo sostentamento. La violenza che lei genera è viscerale e risponde a torti subiti, quella della famiglia civilizzata invece è una violenza contaminata, disturbata da privazioni, frasi non dette, la famiglia civilizzata tenta di negare il proprio primitivismo.
Questo scontro di violenze e di civiltà non ha a che fare con la misogenia, ha a che fare con istinti ancestrali, il confronto con la natura da sempre risultati non calcolabili. E la resa di tutto questo è perfetta.
Da vedere, per stomaci forti.

venerdì 4 maggio 2012

San Michele aveva un gallo, ma noi l'abbiamo venduto a qualcun altro.




Nel 1976 dopo qualche travaglio per la produzione e la distribuzione è uscito un film intitolato “San Michele aveva un gallo” di Paolo e Vittorio Taviani. La storia narra di un rivoluzionario che nel 1870 con un atto dimostrativo cerca di dare il grano ai cittadini senza fargli pagare le tasse, ma lo popolazione non comprende il suo gesto e lo fa arrestare. Una volta condannato all’ergastolo passa il resto della sua vita a confortarsi pensando che il suo gesto sia servito a mettere le basi per la rivoluzione e che i giovani sovversivi lo ringrazieranno. Passano gli anni e durante il traferimento da una prigione all’altra ha modo di parlare con due compagni più giovani, i quali anzichè lodarlo denigrano il suo operato tipico dei primi rivoluzionari, l’uomo distrutto si lascerà a quel punto morire.
Il film non è che la metafora molto esplicita della contrapposizione tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, delle critiche che all’epoca il primo svolse al secondo. Ma può essere anche la metafora, meno esplicita, delle diverse correnti di protesta che a partire dal 1968 avevano sconvolto l’Italia post-bellica: risultava ormai obsoleta la pura utopia, così come slogan tipo “immaginazione al potere” e si pensava di andare verso una maggior pragmaticità.
Insomma un film ben girato ben recitato, che omaggia i bellissimi paesaggi italiani (dall’iniziale Città della Pieve alla finale laguna Veneziana) e che disegna un’epoca in maniera intelligente e delicata. Uno di quei film che non andrebbe dimenticato insomma.
Eppure in Italia non è reperibile, non è commerciabile, non c’è, non lo trovi. Lo puoi però trovare in Spagna! Sì i cari cugini spagnoli hanno questo film nonostante nella produzione ci sia anche la Rai..buffo no? Ma non ci meravigliamo neanche troppo, perchè va ad aggiungersi alla lunghissima lista dei talenti sprecati. Sì perchè trovo che dimenticare un film del genere sia simile a far andare i monumenti in rovina o “sfruttarli” male (il foro romano ha lo stesso numero di visitatori del Mtropolitan Mseum di New York ma la metà del fatturato), simile alla dispersione dei cervelli (se ne vanno gli scienziati e persino gli artisti). Insomma è un piccolo grande punto in meno nella nostra storia e nella nostra cultura che invece di essere ricordate e celebrate vengono più facilmente sotterrate o trattate come un peso, quando in realtà, a parer mio, assomigliano di più ad una risorsa.

(questo post era presente nel mio altro blog, è stato scritto il 13/4/2011)

we love silvio, sempre e comunque



  
 Avrei dovuto scrivere questo post prima, ma il mio più grande talento è rimandare inutilmente e continuamente le cose.
L’altro giorno su “La7”, il canale più ricco di approfondimenti da un anno a questa parte, hanno dato il tanto chicchierato “Silvio Forever”. Trattasi di un documentario girato da Roberto Faenza, che avvalendosi della collaborazione di Stella e Rizzo (quelli della “Casta”), ricostruisce la vita mediatica di Berlusconi tramite le sole immagini di repertorio e le interviste da lui rilasciate nelcorso degli ultimi 20 anni.
Dati i nomi dei componenti al progetto è facile etichettare il progetto come di sinistra, o come comunista (parola ultimamente troppo spesso abusata, al limite tra l’insulto ed il complimento), ma a vederlo penso che qualsiasi sostenitore del cavaliere ne uscirebbe esaltato e non indignato.
Sì perchè l’idea di raccontare la vita di Berlusconi dallo stesso Berlusconi non aggiunge e non toglie niente a ciò che già si sa, se lo si ama lo si amerà ancora di più, se lo si odia lo si odierà ancora di più. L’infanzia e la giovinezza estratte dalle sue inteviste sono uno dei pezzi più melensi ed esagerati che si possano sentire, lui poverissimo che si impegna in una marea di lavori, che qualunque cosa faccia la faccia benissimo, che improvvisamente passi da dormire su un divano all’età di 16 anni ad avere a 21 grazie all’aiuto del padre i soldi per comprare terreni e costruire ben quattro palazzine. QUATTRO! Il tutto narrato con quel pizzico di orgoglio per l’arte di arrangiarsi da soli che infiammerebbe gli animi dei suoi ammiratori. Evidentemente questo basta a cancellare la domanda generale, che a me viene spontanea, dove cazzo li prendi i soldi per quattro palazzine? M a questo non è un film per farsi domande, perchè la parola è data sempre e solo a lui, che invece di dare spiegazioni si lancia in simpatici aneddoti, barzellette e canzoncine.
Segue quindi il racconto della sua crescita con le tv private ed il suo completo cambio di attengiamento per la discesa in campo in politica. Molto belli i pezzi in cui vengono ricordate le opinioni di Montanelli circa la sua figura di politicante, “Berlusconi è il miglior piazzista del mondo”. Ed impressionante la campagna elettorale lanciata per Forza Italia che viene descritta come una campagna pubblicitaria: “per lanciare il partito abbiamo usato le stesse tecniche che si usano per lanciare un nuovo marchio nel mercato”… canzoncina annessa!
Continua quindi la sua avventura politica (non ancora terminata) ed i primi guai giudiziari e la solita manfrina che sentiamo da 17 lunghi anni: sono oggetto di persecuzione da parte dei soliti invidiosi. Un mantra che probabilmente Silvio si ripete ogni mattina visto che come ricorda un sagace Montanelli (?)”Ha un concetto distorto della verità, a forza di ripetere tutte quelle bugie finirà per crederci anche lui”.
L’ultima parte del documentario si concentra sul divorzio dalla moglie ed i vari scandali sessuali che vedono B protagonista sotto un’altra luce, il tutto in netta contrapposizione col buon uomo di famiglia che finora si era costruito.
E poi fine, e poi ti dici ma chi me lo ha fatto fare di vedere in un concentrato le disgrazie di questo paese? E ti ricordi che “Blob” svolge questo lavoro ogni sera dal 1989 su vari personaggi politici ed anche su lui, su Berlusconi. E ti si fa un nodo allo stomaco e ripensi che tanto chi ama B ormai crede in quel mantra e che quel concetto di verità distorta è nell’animo di tutti gli italiani, che per alcuni di loro un Montanelli, un Fo, un magistrato, una piazza gremita di gente sono solo oppositori invidiosi di quel piccolo grande uomo che si è fatto da solo. E che con orgoglio diranno che amano silvio, sempre e comunque.
 
 
 
 

Amore di mamma.

  .

(questo post era già stato scritto sul mio altro blog il 10/7/2011)